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Giacomo Puccini nel 1908

Giacomo Puccini (Lucca, 22 dicembre 1858[1]Bruxelles, 29 novembre 1924) è stato un compositore italiano, considerato uno dei maggiori e più significativi operisti di tutti i tempi.

Le sue prime composizioni erano radicate nella tradizione dell'opera italiana del tardo XIX secolo. Tuttavia, successivamente Puccini sviluppò con successo il suo lavoro in una direzione personale, includendo alcuni temi propri del verismo musicale, un certo gusto per l'esotismo e studiando l'opera di Richard Wagner sia sotto il profilo armonico sia orchestrale e per l'uso della tecnica del leitmotiv. Ricevette la formazione musicale presso il conservatorio di Milano, sotto la guida di maestri, come Antonio Bazzini e Amilcare Ponchielli. Al conservatorio fece inoltre amicizia con Pietro Mascagni.

Le opere più famose di Puccini, considerate di repertorio per i maggiori teatri del mondo, sono La bohème (1896), Tosca (1900), Madama Butterfly (1904) e Turandot (1924). Quest'ultima non fu completata perché il compositore si spense, stroncato da un tumore alla gola (Puccini era un fumatore accanito), prima di poter terminare le ultime pagine. All'opera furono poi aggiunti finali diversi: quello di Franco Alfano (il primo, coevo alla prima assoluta e ancor oggi più eseguito); successivamente nel XXI secolo quello a opera di Luciano Berio. Esistono peraltro svariati altri apporti sin ai giorni attuali.[2]

Biografia

La prima formazione

Casa natale di Puccini a Lucca

Sestogenito dei nove figli[3] di Michele Puccini (Lucca, 27 novembre 1813 - ivi, 23 gennaio 1864) e di Albina Magi (Lucca, 2 novembre 1830 - ivi, 17 luglio 1884).[4] Da quattro generazioni i Puccini erano maestri di cappella della cattedrale di San Martino di Lucca[5] e fino al 1799 i loro antenati avevano lavorato per la prestigiosa Cappella Palatina della Repubblica di Lucca. Il padre di Giacomo era, già dai tempi del Duca di Lucca Carlo Lodovico di Borbone, uno stimato professore di composizione presso l'Istituto Musicale Pacini.[6] La morte del padre, avvenuta quando Giacomo aveva cinque anni, mise in condizioni di ristrettezze la famiglia. Il giovane musicista fu mandato a studiare presso lo zio materno, Fortunato Magi, che lo considerava un allievo non particolarmente dotato e soprattutto poco disciplinato (un «falento», come giunse a definirlo, ossia un fannullone senza talento). In ogni caso, Magi introdusse Giacomo allo studio della tastiera e al canto corale.[7] Alemanno Cortopassi, discepolo del celebre maestro Michele Puccini, al cui figlio Giacomo impartì le prime nozioni musicali, lo iniziò, ancora adolescente, ai primi studi, facendolo poi proseguire a Lucca e a Milano.

Giacomo inizialmente frequentò il seminario di San Michele e successivamente quello della cattedrale, dove iniziò lo studio dell'organo. I risultati scolastici non furono certo eccellenti; in particolare dimostrava una profonda insofferenza per lo studio della matematica. Del Puccini studente è stato detto: "Entra in classe solo per consumare i pantaloni sulla sedia; non presta la minima attenzione a nessun argomento, e continua a tamburellare sul suo banco come fosse un pianoforte; non legge mai".[8][9] Terminati in cinque anni, uno in più di quelli necessari, gli studi di base, si iscrisse all'Istituto Musicale di Lucca, dove il padre era stato, come detto, insegnante.[7] Ottenne ottimi risultati con il professor Carlo Angeloni, già allievo di Michele Puccini, mostrando un talento concesso a pochi. A quattordici anni Giacomo poté già cominciare a contribuire all'economia familiare suonando l'organo in varie chiese di Lucca e in particolare nella parrocchia di Mutigliano. Inoltre intratteneva al pianoforte gli avventori del "Caffè Caselli", situato in via Fillungo, strada principale della città.[8]

Nel 1874 prese in carico un allievo, Carlo della Nina; tuttavia non si dimostrò mai un buon insegnante. A questo periodo risale la prima composizione conosciuta attribuibile a Puccini, una lirica per mezzosoprano e pianoforte denominata A te. Nel 1876 assistette, al Teatro Nuovo di Pisa, all'allestimento di Aida di Giuseppe Verdi, un avvenimento che si dimostrò decisivo per la sua futura carriera, facendo convogliare i suoi interessi verso l'opera.[10]

A questo periodo risalgono le prime composizioni note e datate, tra cui spiccano una cantata (I figli d'Italia bella, 1877) e un mottetto (Mottetto per San Paolino, 1877). Nel 1879 scrisse un valzer, oggi perduto, per la banda cittadina. L'anno successivo, all'ottenimento del diploma presso l'Istituto Pacini, compose come saggio finale la Messa di gloria a quattro voci con orchestra, che, eseguita al Teatro Goldoni di Lucca, suscitò l'entusiasmo della critica lucchese.[11]

Il conservatorio e gli esordi operistici

Antonio Bazzini, fu l'insegnante di Puccini nei primi due anni al Conservatorio di Milano

Milano, all'epoca, era la destinazione privilegiata per i musicisti alla ricerca di fortuna e proprio in quegli anni stava attraversando un'epoca di forte crescita, dopo essersi lasciata alle spalle la recessione che l'aveva colpita così duramente.[12] Vista la predisposizione musicale del figlio, Albina Magi tentò con ogni forza di far ottenere a Giacomo una borsa di studio per frequentare il conservatorio meneghino. Dapprima tentò ripetutamente con le autorità cittadine, ottenendo tuttavia un diniego probabilmente a causa delle magre casse pubbliche, anche se alcuni sostengono che fu a causa della sua già cattiva reputazione di ragazzo irriverente. Non sconfitta, la preoccupata madre si rivolse alla duchessa Carafa, che le consigliò di rivolgersi alla regina Margherita per ottenere il finanziamento che talvolta i regnanti concedevano alle famiglie bisognose. Anche grazie all'intercessione della dama di compagnia della regina, marchesa Pallavicini, la richiesta venne accolta seppur parzialmente. Ci volle, infine, l'intervento del dottor Cerù, un amico di famiglia, che integrò il sussidio reale affinché Giacomo potesse finalmente garantirsi il perfezionamento musicale.[13]

Puccini con Alberto Franchetti, al pianoforte, e Pietro Mascagni in piedi

Così, nel 1880 Puccini si trasferì a Milano e iniziò a frequentare il conservatorio. Nei primi due anni il giovane compositore fu affidato agli insegnamenti di Antonio Bazzini[14] e, nonostante si applicasse, la sua produzione musicale fu assai scarsa, a eccezione di un quartetto di archi in re, l'unica composizione che si possa assegnare a questo periodo con certezza. Nel novembre del 1881 Bazzini prese il posto del defunto direttore del conservatorio e dovette quindi abbandonare l'insegnamento. Puccini diventò così alunno di Amilcare Ponchielli,[15] il cui influsso si ritroverà costantemente nei futuri lavori del compositore. Grazie, seppur indirettamente, al nuovo maestro, Giacomo fece conoscenza di Pietro Mascagni con cui porterà avanti una sincera e duratura amicizia, nonostante i due caratteri opposti (riservato il primo, collerico e irrefrenabile il secondo[16]) ma accomunati dai gusti musicali ed in particolare per il comune apprezzamento dei lavori di Richard Wagner.[17]

Di questo ultimo biennio passato al conservatorio, i principali lavori furono un Preludio sinfonico, eseguito il 15 luglio 1882 in occasione del concerto organizzato dal conservatorio per presentare i lavori degli studenti, e un Adagetto per orchestra datato l'8 giugno dell'anno successivo, che sarà il primo lavoro pucciniano a essere pubblicato.[18] Il 13 luglio 1883 avviene la prima assoluta del Capriccio sinfonico, diretta da Franco Faccio, composta da Puccini come suo compito d'esame finale.[19] E così terminò la formazione al conservatorio del giovane musicista, che si diplomò quello stesso anno con un punteggio di 163 su 200, sufficiente a ricevere anche la medaglia di bronzo.[20] Ponchielli ricorderà il suo celebre allievo come uno dei suoi migliori studenti, anche se ebbe spesso a lamentarsi di una non proprio ferrea assiduità allo studio e alla composizione.[21]

Nell'aprile 1883 Puccini partecipò al concorso per opere di soggetto a scelta del concorrente in un atto indetto dall'editore musicale Sonzogno e pubblicizzato sulla rivista Il Teatro Illustrato.[17] Ponchielli presentò a Puccini il poeta scapigliato Ferdinando Fontana e tra i due vi fu subito intesa tanto che quest'ultimo si occuperà di scrivere il libretto di Le Villi.[22] L'esito del concorso fu fortemente negativo, tanto che non venne nemmeno citato dalla commissione.[23] Nonostante ciò, Fontana non si arrese e riuscì a organizzare una rappresentazione privata in cui Puccini poté suonare le musiche dell'opera davanti a, tra gli altri, Arrigo Boito, Alfredo Catalani e Giovannina Lucca riscuotendo questa volta un vivo apprezzamento. Così il 31 maggio 1884 l'opera fu rappresentata al Teatro Dal Verme di Milano, sotto il patrocinio dell'editore Giulio Ricordi, concorrente di Sonzogno, dove ricevette un'accoglienza entusiastica sia dal pubblico sia dalla critica.[24]

Il successo consentì a Puccini di stipulare un contratto con l'editore Casa Ricordi dando luogo a una collaborazione che sarebbe continuata per tutta la vita del compositore.[25] La felicità per il decollo della sua carriera durò, tuttavia, ben poco tempo, poiché il 17 luglio dello stesso anno morì la madre Albina, un duro colpo per l'artista.[25]

Frontespizio del libretto di Edgar

Rincuorato dal vivo successo de "Le Villi"', Ricordi commissionò, fortemente convinto dell'impellenza, una nuova opera al duo Puccini-Fontana: "se io insisto, è perché bisogna battere il ferro mentre è caldo... et frappér l'imagination du public", scrisse l'editore.[26] Ci vollero ben quattro anni perché si completasse il l'Edgar, il cui libretto è basato sull'opera La coupe et les lèvres di Alfred de Musset. Finalmente il lavoro andò in scena, sotto la direzione di Franco Faccio, il 21 aprile 1889 al Teatro alla Scala di Milano raccogliendo, suo malgrado, solo un successo di stima mentre la risposta del pubblico si dimostrò particolarmente fredda. Nei decenni successivi l'opera andò incontro a radicali rimaneggiamenti senza tuttavia mai entrare in repertorio.[27]

Antonio Puccini con Giacomo ed Elvira Puccini

Nel frattempo, nel 1884, Puccini aveva cominciato una convivenza (destinata a durare, tra varie vicissitudini, tutta la vita) con Elvira Bonturi, moglie del droghiere lucchese Narciso Gemignani. Elvira portò con sé la figlia Fosca, e tra il 1886 e il 1887 la famiglia visse a Monza, in corso Milano 18, dove nacque l'unico figlio del compositore, Antonio detto Tonio, e dove Puccini lavorò alla composizione dell'Edgar. Una lapide, posta sull'abitazione (ancora oggi esistente), ricorda l'illustre inquilino.[28]

Chiatri, Torre del Lago e Uzzano

Aleardo Villa: Giacomo Puccini a cavallo presso il lago di Massaciuccoli, olio su tela, 70 × 100 cm, collezione privata

Puccini però non amava la vita in città, appassionato com'era di caccia e avendo indole essenzialmente solitaria. Quando, con Manon Lescaut ebbe il primo grande successo e vide aumentare le sue disponibilità economiche, pensò quindi di tornare verso la terra natale e, acquistato un immobile sulle colline tra la città di Lucca e la Versilia, ne fece un elegante villino che considerò per qualche tempo luogo ideale per vivere e lavorare. Purtroppo la compagna Elvira mal sopportava il fatto che per raggiungere la città si dovesse andare a piedi o a dorso d'asino, fu quindi giocoforza per Puccini spostarsi da Chiatri verso il sottostante lago di Massaciuccoli.[29]

Nel 1891 Puccini si trasferì a Torre del Lago (ora Torre del Lago Puccini, frazione di Viareggio) poiché ne amava il mondo rustico e la solitudine, e lo considerava il posto ideale per coltivare la sua passione per la caccia e per gli incontri, anche goliardici, tra artisti. Di Torre del Lago il maestro fece il suo rifugio, prima in una vecchia casa affittata, poi facendosi costruire la villa che andò ad abitare nel 1900. Puccini la descrive così:[30]

Il maestro la amava a tal punto da non riuscire a distaccarvisi per troppo tempo, e affermare di essere «affetto da torrelaghìte acuta». Un amore che i suoi familiari rispetteranno anche dopo la sua morte, seppellendolo nella cappella della villa. Qui furono composte, almeno in parte, tutte le sue opere di maggior successo, tranne Turandot.