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Il Friuli (AFI: [friˈuːli];[1] Friûl in friulano, Furlanija in sloveno, Friaul o Vriaul in tedesco, Friùl in veneto, bisiaco e ladino) è una regione storico-geografica dell'Italia nord-orientale, comprensiva delle ex province di Pordenone (Friuli occidentale), Udine (Friuli centrale), Gorizia (Friuli orientale), del mandamento di Portogruaro e della regione del Goriziano in Slovenia. Comprende la pianura friulana, che si estende dal fiume Livenza a ovest fino al fiume Timavo a est[2] e gli archi alpini dalle Alpi Carniche alle Alpi Giulie.[3] La città più popolosa è Udine.

Il toponimo deriva dal nome latino Forum Iulii[4], ovvero Cividale del Friuli, ove ebbe centro il Ducato del Friuli, istituito dai Longobardi nel 569. Successivamente alla campagna in Italia di Carlo Magno contro i Longobardi, la Marca del Friuli divenne parte integrante dell'Impero carolingio, poiché era compresa nel Regnum Italicorum. Nel 1077 venne creato dall'imperatore Enrico IV il Principato del Patriarcato di Aquileia dal XIII secolo denominato Patria del Friuli, guidata dal Patriarca di Aquileia che aggiungeva al potere ecclesiastico il potere temporale, ebbe sede nominalmente ad Aquileia, ma il patriarca risiedette prima a Cividale e poi a Udine (che fu anche sede del Parlamento del Friuli), fino all'annessione alla Repubblica di Venezia nel 1420. Storicamente, il Friuli fu un'entità distinta dal citato più esteso Patriarcato di Aquileia ecclesiastico, che comprese per determinati periodi della sua esistenza anche parti dell'Istria, della Carniola, della Stiria, della Carinzia e del Cadore.

Il conte di Gorizia fu vassallo del Patriarca di Aquileia fino al 1500, epoca in cui, per assenza di eredi, la Contea di Gorizia entrò nei possessi dell'Arciducato d'Austria. Fu per secoli l'avvocato del Patriarca e sedette anche nel Parlamento Friulano (Udine - attuale salone del Parlamento). Il confine non impedì che continuassero i rapporti linguistici, culturali e economici tra i friulani diventati sudditi di Venezia e i friulani diventati sudditi dell'Impero in quanto questo confine fu sempre un confine precario[5]. È in forza dei rapporti feudali esistenti tra il Patriarca di Aquileia e il conte di Gorizia che la Repubblica di Venezia, che si considerava l'erede del Principato patriarcale, contestò all'Impero d'Austria il possesso della Contea di Gorizia e diede inizio a guerre che furono tutte perse da Venezia.[6][7]. Ancor oggi, nello stemma della città di Gorizia, c'è anche il simbolo araldico del Patriarcato di Aquileia.

Gorizia fu contea autonomia fino agli inizi del XVI secolo[8], quando venne annessa dagli Asburgo. Dopo le guerre napoleoniche, quando l'area venne occupata, col Congresso di Vienna del 1815 la Provincia del Friuli entrò a far parte del Regno Lombardo-Veneto e successivamente venne annessa al Regno d'Italia nel 1866 (dopo la terza guerra d'indipendenza), mentre Gorizia fu capitale della Contea Principesca di Gorizia e Gradisca e parte dell'Impero austriaco fino al 1919. A partire dal secondo dopoguerra, la regione autonoma Friuli-Venezia Giulia comprende buona parte della regione storico-geografica del Friuli, assieme a parte della Venezia Giulia, amministrativamente suddivisa fino al 2016 nelle province di Trieste, Gorizia, Udine e Pordenone, oggi sostituite dagli enti di decentramento regionale.

Geografia fisica e antropica

Confini naturali

La regione storica del Friuli è il territorio che geograficamente trova limiti naturali nelle Alpi Carniche e Alpi Giulie a nord e nel mare Adriatico a sud. A ovest è classicamente delimitato dal fiume Livenza. Ad est, dalle prime descrizioni conservate del Cinquecento[9] e fino alla prima metà del novecento[10] dallo spartiacque alpino italiano dato dalle Alpi Giulie, comprendendo dunque l'intero bacino idrografico del fiume Isonzo e quindi il territorio Goriziano oggi sloveno. La delimitazione orientale correva dal "passo di Piro" alle sorgenti del Timavo, presso Duino, lungo il confine storico dell'ex-contea di Gorizia.[11]

Dopo la fine della seconda guerra mondiale il confine orientale viene spesso fatto erroneamente coincidere con quello politico disegnato dagli Alleati nel 1947 o addirittura ritratto fino al fiume Isonzo, che segna nel territorio italiano, anche se non completamente, il confine linguistico friulanofono.[12]

Altro criterio, appunto, talvolta utilizzato è quello di assegnargli i confini entro i quali è diffusa la lingua friulana[11][13] che resta comunque associata all'identità culturale friulana.[14][15] Questo criterio è però restrittivo ed errato[16] dato che trascura il fatto che il Friuli è una regione plurilingue[17] in cui da molti secoli si parla lo sloveno (esempio Goriziano sloveno o nella Slavia Friulana)[18], il tedesco (isole germanofone) oltre ai dialetti veneti e la lingua italiana.

Talvolta si distingue dal resto del Friuli la sub-regione montana della Carnia.[19].

Geomorfologia

Dal punto di vista morfologico, il territorio si divide in quattro grandi microregioni naturali. A nord la zona Alpina e Prealpina, che include Alpi e Prealpi Carniche e Giulie ed una piccola porzione di Dolomiti Orientali, corrispondendo quindi grossomodo a Carnia, Canal del Ferro e vallate sottostanti. Nella fascia centrale giace il Friuli collinare, che si estende dai piedi delle Prealpi fino al Collio, includendo i Colli Orientali. A Sud la Pianura Friulana, costola di quella Veneta, seguita poi dalla costiera dell'Alto Adriatico.

Il Friuli collinare può venir ulteriormente differenziato in due aree geografiche, separate dal corso del Tagliamento: quello cosiddetto centrale (appellato di cà da l'aghe, cioè "di qua dal fiume" rispetto a Udine) e quello occidentale (di là da l'aghe). A questa suddivisione si aggiunge il Friuli orientale (appellato di là dal clap, cioè "di là del confine austro-veneto" rispetto a Udine).

Storia

Lo stesso argomento in dettaglio: Storia del Friuli.

Origini e epoca romana

Interessata in età protostorica dalla Cultura dei castellieri, la regione fu popolata, sul finire del V secolo a.C., da genti di origine celtica ed in particolare dai Carni (che introdussero, nei territori da loro occupati ed in quelli limitrofi, nuove ed avanzate tecniche di lavorazione del ferro e dell'argento), facendo dunque parte della Carnorum regio citata da Plinio.[20]

Conquistato e colonizzato dai Romani fin dal II secolo a.C., il Friuli Meridionale venne profondamente influenzato dalla civiltà latina, grazie anche alla presenza dell'importante centro di Aquileia, quarta città d'Italia e fra le principali dell'impero, capitale della X Regione augustea Venetia et Histria. La città, importante porto fluviale sull'allora fiume Natissa e snodo dei traffici adriatici verso l'Europa settentrionale (la così chiamata "Via Iulia Augusta") e verso l'Illiria, doveva la sua importanza ad una posizione strategicamente favorevole: sorgeva infatti sul mare Adriatico in prossimità delle Alpi e Prealpi orientali, permettendo in tal modo a Roma di contrastare più efficacemente le invasioni dei celti e dei barbari provenienti da oriente.

Foro romano di Aquileia

Il greco Strabone, geografo di età augustea, in un passo della sua opera annota che il porto di Aquileia, colonia romana « [...] fortificata a baluardo dei barbari dell'entroterra... si raggiunge... risalendo il fiume Natisone per sessanta stadi... e serve come emporio per i popoli illirici stanziati lungo l'Istro»[21]. Va al riguardo segnalato che mentre al giorno d'oggi il Natisone è tributario dell'Isonzo, all'epoca sfociava direttamente in mare. Lo sviluppo di altri centri oltre ad Aquileia, quali Forum Iulii (Cividale del Friuli) e Iulium Carnicum (Zuglio) contribuì ad assicurare alla regione un notevole benessere economico che riuscì a mantenere, nonostante le prime incursioni barbariche, fino agli inizi del V secolo. Negli ultimi decenni del III secolo Aquileia divenne la sede di uno dei vescovati più prestigiosi dell'Impero, contendendo in Italia il secondo posto per importanza, dopo Roma, alle capitali imperiali di Milano e, successivamente, Ravenna. Nel 381 vi si tenne un importante concilio, presieduto dal vescovo Valeriano e voluto da sant'Ambrogio, che aveva preferito Aquileia alla sua sede episcopale di Milano per far condannare pubblicamente l'eresia ariana e i suoi seguaci.

L'invasione unna segnò la rovina della città: Aquileia, protetta da forze esigue, venne espugnata e rasa al suolo da Attila nel 452 (in alcune fondamenta sono state ritrovate le tracce lasciate dagli incendi). Dopo il passaggio dell'orda unna, i superstiti, che avevano trovato rifugio nella laguna di Grado, fecero ritorno in città, ma la trovarono completamente distrutta. Tramontati gli antichi splendori (la sua ricostruzione, più volte vagheggiata, non fu mai portata a compimento), Aquileia rimase tuttavia un punto di riferimento ideale di eccezionale importanza anche dopo il crollo dell'Impero, grazie alla costituzione del Patriarcato (VI secolo), naturale successore del vescovato omonimo che lo aveva preceduto e sede di una fra le più prestigiose autorità cristiane del tempo.

Età medievale

Dopo il crollo dell'Impero romano d'Occidente il Friuli entrò a far parte del Regno di Odoacre e successivamente di quello ostrogoto di Teodorico. La riconquista bizantina voluta dal grande Giustiniano (535-553) fu, per la Regione, di breve durata: nel 568 i Longobardi la occuparono creando un importante ducato che ebbe come capitale Forum Iulii. Il centro si impose ben presto come l'agglomerazione urbana più importante e popolosa della Regione e, nei secoli successivi, mutò il suo nome in quello di Cividale del Friuli. Prima ancora di perdere definitivamente la sua denominazione latina, la città diede a sua volta il proprio nome all'intero territorio. Con successivi passaggi linguistici infatti, il nome di Forum Iulii, sulla bocca delle popolazioni friulane di allora, si trasformò in Friûl e si estese fino ad indicare la totalità del ducato longobardo friulano.

Il Ducato del Friuli rivestì una funzione militare e politica di primo piano nell'ambito del regno longobardo. Durante tutta la sua esistenza, si configurò infatti come avamposto e barriera contro le minacce degli Avari e degli Slavi nei confronti dell'Italia settentrionale. Tale funzione strategica e militare fu intuita fin dagli inizi del dominio longobardi: il Ducato del Friuli fu infatti il primo ad essere costituito in Italia e lo stesso Alboino volle affidarlo al nobile Gisulfo, suo parente e collaboratore. Non a caso, molti duchi del Friuli divennero anche re dei Longobardi (fra questi, Rachis, che regnò nella prima metà dell'VIII secolo).

A partire dalla seconda metà del VII secolo e per buona parte del secolo successivo, venne portato a compimento, sia in Friuli che nel resto dell'Italia longobarda, il processo di fusione fra l'elemento romano e quello germanico. Quest'ultimo aveva già adottato, seguendo l'esempio dei propri sovrani, la religione cattolica, mentre il latino (e le parlate romanze che da esso derivavano) si andava sempre più generalizzando all'interno del gruppo etnico longobardo come idioma d'uso e di comunicazione orale, non solo come unica lingua scritta e di cultura del tempo. In tal modo i Longobardi poterono integrasi con le popolazioni autoctone e partecipare attivamente allo sviluppo, anche civile e culturale, del territorio. Longobardi del Friuli furono anche Astolfo, successore di Rachis, prima come duca del Friuli, poi come re d'Italia, e infine lo storico Paolo Diacono, autore della Historia Langobardorum e professore di grammatica latina presso la corte di Carlo Magno.

Nel 774, in seguito alla conquista del Regno longobardo, Carlo Magno assunse il titolo di Gratia Dei rex Francorum et Langobardorum atque patricius Romanorum ("Per grazia di Dio re dei Franchi e dei Longobardi e patrizio Romano"), realizzando un'unione personale dei due regni. Carlo scelse di mantenere le Leges Langobardorum anche se in seguito alla rivolta del 776, capeggiata dal duca del Friuli Rotgaudo, sostituì con i conti, dei funzionari pubblici, i duchi longobardi e ridistribuì i patrimoni di questi ultimi tra gli aristocratici franchi. Pertanto, anche il Ducato del Friuli fu riorganizzato su base comitale e venne inquadrato assieme agli altri territori ex-longobardi nel Regnum Italicorum. Trasformato in Marca del Friuli (846) fu coinvolto, a seguito dello smembramento dello Stato carolingio, nella lotta per il potere in Italia (ultimi decenni del IX secolo e inizi del X), allorquando il marchese Berengario si fece incoronare prima re d'Italia nell'888 e poi imperatore del Sacro Romano Impero nel 915. Nel 951 Il Friuli passò a costituire, con gran parte del Veneto, la Marca di Verona e Aquileia, estesa fra le Alpi Giulie e il Lago di Garda e che aveva come capitale la città di Verona. Nel X secolo la marca entrò nell'orbita ottoniana e rafforzò i suoi legami con l'Impero.

  Patriarcato di Aquileia attorno al 1250
Il confine tra la Repubblica di Venezia e i domini degli Asburgo attorno al 1500
Mappa geografica del Friuli del 1650, in giallo i confini dell'epoca

Il 3 aprile del 1077 l'imperatore Enrico IV concesse al patriarca Sigeardo, per la sua fedeltà al potere imperiale, la Contea del Friuli con prerogative ducali. Si era in tal modo costituito un Principato in cui il Patriarca esercitava anche il potere temporale.[22]. Tale entità statuale si impose ben presto come una delle più importanti e potenti formazioni politiche dell'Italia del tempo, dotandosi, fin dal XII secolo, anche di un Parlamento, espressione massima della civiltà friulana sotto il profilo istituzionale. Tale organismo prevedeva una rappresentanza assembleare anche dei comuni e non solo dei nobili e del clero. La vita di questa grande istituzione si protrasse per oltre sei secoli, mantenuta persino sotto la dominazione veneziana, anche se in parte svuotata di potere (il Parlamento, convocato per l'ultima volta nel 1805, fu, poco più tardi, abolito da Napoleone). Il patriarca Marquardo di Randeck (1365-1381) raccolse tutte le leggi emanate in precedenza nelle Constitutiones Patriae Foriiulii, ossia le Costituzioni della Patria del Friuli, le disposizioni principali del principato ecclesiastico. Cividale del Friuli fu sede del Patriarcato di Aquileia fino al 1238, anno in cui il patriarca si trasferì a Udine, dove fece costruire un superbo palazzo, per sé e per i propri successori. Udine assunse in tal modo sempre maggiore importanza divenendo col tempo la capitale istituzionale del Friuli.

L'esperienza del Patriarcato come entità statuale autonoma, seppur vincolata al Sacro Romano Impero, si concluse nel 1420 (mentre come entità ecclesiastica sopravvisse fino al 1751), con l'annessione della maggior parte del Friuli alla Repubblica di Venezia, una delle grandi potenze dell'epoca. .

Secondo Giorgio Valussi, "Nelle terre arciducali invece i diritti feudali avevano subito una sensibile attenuazione, i coloni erano trattati meglio, minori erano le tassazioni e i dazi. (…). Fu così che alla fine del '500 si era stabilita nella coscienza popolare una profonda antitesi fra il dispotismo veneto e il buon governo austriaco"[23]. Opinione condivisa anche dallo storico Tito Maniacco nella sua ricerca storica pubblicata con il titolo "Storia del Friuli".

Età moderna

Il dibattito storico sul rapporto fra Venezia e i suoi territori coloniali è tuttora aperto e ha dato luogo a valutazioni e giudizi non univoci. Tale dibattito esula, in parte, da motivazioni propriamente storiche per collegarsi al mito della città lagunare. Come ha rilevato Elisabeth Crouzet-Pavan «per lungo tempo non è stato possibile dissociare la realtà (di Venezia) dall'immagine, straordinariamente lusinghiera e deformata [di Venezia]...il mito politico veneziano ha per secoli distorto l'approccio e le analisi. Almeno fino al XIX secolo, esso [il mito di Venezia] ha pesato sulla scrittura della storia, poiché la storia aveva come fine principale di confortare il mito»[24]. A tale proposito è comunque necessario sottolineare che «la quiete civile e lo stato pacifico della sua classe dominante sarebbero stati i principi su cui si sarebbe fondato il mito di Venezia»[25].

Secondo lo studioso Tito Maniacco, la rappresentazione del dominio veneziano sul Friuli ha creato una serie di «geremiadi antivenete sulla base di un gran numero di pregiudizi e luoghi comuni»[26]. Sempre secondo Tito Maniacco, la contiguità tra il Friuli veneto e il Friuli austriaco permetteva confronti e questi non erano affatto lusinghieri per la Serenissima[27]. Per gli storici che hanno partecipato alla redazione dell'enciclopedia tematica del Touring Club Italiano, anno 2006, secondo volume, "L'arrivo di Venezia non favorì in alcun modo un cambiamento in positivo nelle sorti del Friuli. Al contrario, coincide con una delle fasi storiche più buie che il territorio si trovò ad affrontare. Per Venezia, le terre friulane rappresentavano semplicemente una fonte di introiti fiscali e una sorte di Stato cuscinetto tra la capitale e il confine nordorientale: ben poco fu quindi fatto per farle tornare allo splendore di un tempo"[28].

Va subito precisato che il Friuli, da nucleo centrale dello Stato patriarcale di Aquileia si convertì in un territorio di confine della Repubblica di Venezia, a ridosso del mondo germanico, che era egemonizzato, all'epoca, dalla potente famiglia degli Asburgo, nella sua doppia veste di detentrice del titolo imperiale e di quello di duchi d'Austria, cui si aggiunse, dal 1516, anche quello reale di sovrani di Spagna. Venezia, interessata a contenere le mire espansionistiche sia degli Asburgo che della monarchia francese, si trovò coinvolta, fra i primi del Cinquecento e gli inizi del secolo successivo, in due conflitti che si combatterono anche in Friuli e che si andarono ad aggiungere alle incursioni turche, che avevano devastato la regione negli ultimi decenni del Quattrocento (in particolare fra il 1472 e il 1499). Il pericolo di nuove guerre e di ulteriori incursioni ottomane costrinsero la Serenissima a mantenere sul territorio guarnigioni militari di una certa consistenza e quadri amministrativi adeguati che, in parte, gravavano sulla popolazione locale[29]. Quest'ultima era inoltre soggetta a una pressione fiscale sempre più onerosa. La contrazione del reddito (particolarmente forte nel corso del XVII secolo)[30] unitamente alla necessità di finanziare un debito pubblico di vaste proporzioni e in costante crescita a causa soprattutto delle esigenze belliche[31], costrinsero infatti Venezia ad applicare ripetutamente una politica fiscale gravosa (non circoscritta naturalmente al solo Friuli, ma all'intero Stato veneto)[32][33]

Effetti ben più nefasti ebbero tuttavia, sulla popolazione friulana, le frequenti carestie, un tasso di mortalità infantile particolarmente elevato (come nella massima parte dell'Europa del tempo), e, soprattutto, due devastanti epidemie che non favorirono una crescita demografica organica in età moderna. In alcuni periodi anzi, si registrarono flessioni non irrilevanti[34].

D'altra parte, fin dal terzo decennio del XVII secolo, la Repubblica di Venezia entrò in un processo di crisi progressiva dovuto alla perdita di molti dei suoi mercati tradizionali, alla canalizzazione del risparmio e di importanti risorse finanziarie in investimenti improduttivi (soprattutto di carattere fondiario), e alla perdita di competitività delle sue industrie e dei suoi servizi[35]. Anche i territori posti sotto la sovranità della Serenissima, fra cui il Friuli, e, in linea più in generale, la totalità degli Stati italiani e gran parte di quelli dell'Europa mediterranea, furono colpiti da una crisi di lunga durata che in alcuni casi si protrasse fin quasi alla metà del Settecento.

Secondo alcuni storici andrebbe riconosciuto che Venezia, nei territori da essa amministrati (non solo quindi nel solo Friuli), cercò in ogni modo di «limitare gli effetti più oppressivi ed anacronistici della società feudale»[36]. La necessità di offrire maggior protezione alle classi più disagiate, in particolare rurali (creando nel contempo un contrappeso alle spinte centrifughe dell'aristocrazia locale), spinse la Serenissima a dar vita a degli organi di rappresentanza popolare, (le cosiddette "contadinanze"), che però « [...] non risolsero i problemi di fondo dei contadini, sembra anche a causa della turbolenta nobiltà friulana[37]». Secondo fonti di alto profilo, invece, tali istituzioni, e, più in generale, la politica di Venezia a favore degli strati sociali più umili, furono coronate da successo[38]. Secondo altri storici "i contadini friulani di quel periodo non sono, come li ha descritti qualcuno marionette nelle mani del Savorgnan e di Venezia, e nemmeno cani impazziti che improvvisamente mordono la mano dei loro padroni. I rappresentanti delle comunità rurali friulane riescono a tessere una rete "politica" (...) che obbliga Venezia a riconoscere il diritto all'istituzione di una rappresentanza permanente delle comunità rurali friulane che, nel 1533, sarà istituzionalizzata con il nome di "Contadinanza"[39]

Palmanova

In effetti non si ebbero rivolte di particolare gravità durante il periodo veneziano, se si eccettua una cruenta insurrezione popolare, conosciuta come Joibe grasse 1511 (giovedì grasso 1511) che scoppiò ad Udine il 27 febbraio 1511, in un momento estremamente difficile per la Repubblica Veneta, all'indomani della sconfitta di Agnadello (1509) e dell'occupazione di Gorizia da parte degli eserciti asburgici (1510). Il moto si estese ben presto da Udine all'intero territorio friulano coinvolgendo anche le campagne e si protrasse per tutto il 27 ed il 28 febbraio, fino a quando, il 1º marzo, fu soffocato da Venezia, che inviò alcune centinaia di cavalieri per sedarlo. In quei giorni si rafforzarono i rapporti fra le classi aristocratiche venete e quelle friulane, naturali custodi dell'ordine costituito. In seguito (nel Cinquecento e ancor più nei due secoli successivi), il patriziato friulano si ampliò con l'apporto di nobili veneti e il veneto si diffuse, insieme all'italiano, fra gli strati più alti della società friulana. Un fenomeno analogo si produsse, a partire dal XVII secolo, anche nel Friuli orientale sotto sovranità austriaca (dove l'italiano divenne lingua veicolare di insegnamento nei prestigiosi Istituti gesuitici di Gorizia, insieme al latino).

Con i patti di Noyon (1516) i confini tra la Repubblica Veneta e la Contea di Gorizia e Gradisca vennero ridefiniti. Venezia perdeva l'alto bacino dell'Isonzo (cioè la gastaldia di Tolmino con Plezzo ed Idria), ma conservava il possesso di Monfalcone. Negli anni successivi l'arciduca d'Austria incorporò nei suoi domini Marano (fino al 1543) ed una serie di possedimenti feudali sparsi nel Friuli Occidentale[40]. Per rafforzare i propri confini orientali, nel 1593, la Serenissima decise di costruire in Friuli, a ridosso dei domini d'Austria, una poderosa fortezza, capolavoro dell'architettura militare del tempo: Palma (oggi Palmanova). Gli Asburgo protestarono vivacemente, temendo che Venezia se ne potesse servire come base avanzata per occupare la contea di Gorizia. In effetti, fra il 1615 ed il 1617, la Repubblica veneta e l'Austria si affrontarono di nuovo militarmente nel Friuli orientale per il possesso della fortezza di Gradisca d'Isonzo. La cosiddetta guerra di Gradisca si concluse con il ritorno allo status quo precedente.

Tornati in possesso del Friuli orientale, gli Asburgo ne conservarono il controllo fino ad età napoleonica, mentre il Friuli occidentale e centrale rimase veneziano fino al 1797, anno del trattato di Campoformido, mediante il quale tale territorio venne ceduto dalla Francia all'Austria, che lo perse per un breve periodo in cui fece parte del Regno italico, dal 1805 fino alla Restaurazione (ma parte del Friuli orientale, con Gorizia, fu distaccata nel 1809 e inserita nelle Province illiriche appena costituite)[41].

Età contemporanea

Le 17 province del Regno Lombardo-Veneto, compresa la provincia di Udine, attorno al 1850
La provincia di Udine (o del Friuli) e il compartimento statistico del Veneto all'interno del Regno d'Italia, secondo i confini in vigore dal 1870 agli anni '20

Nel 1815 il Congresso di Vienna sancì la definitiva unione di Veneto e Friuli con la Lombardia austriaca, venendosi in tal modo a costituire il Regno Lombardo-Veneto. Una ventina d'anni più tardi, il Mandamento di Portogruaro, da sempre friulano per storia, cultura, geografia e a lungo anche per lingua, fu scorporato per volontà austriaca dalla Provincia del Friuli (parte integrante, come già si è detto, del Regno Lombardo-Veneto austriaco) e assegnato alla Provincia di Venezia (1838). Nel 1848, durante la Prima Guerra d'Indipendenza, il Friuli conobbe una breve stagione indipendente nel tentativo di passare allo Stato Italiano. Nel marzo 1848 venne costituito un Governo Provvisorio del Friuli guidato da Antonio Caimo Dragoni, il conte Antonini ed altri, che crearono un comitato di difesa a capo del quale vi furono Giovanni Battista Cavedalis, Antonio Conti e Luigi Duodo. Le fortezze di Osoppo e Palmanova, comandata dal generale Carlo Zucchi, costituirono i punti di difesa per l'insurrezione.[42]

Il Friuli centrale (provincia di Udine) e il Friuli occidentale (provincia di Pordenone) furono annessi all'Italia nel 1866 assieme al Veneto subito dopo la terza guerra di indipendenza, mentre il Friuli orientale (la cosiddetta Contea di Gorizia e Gradisca) rimase soggetto all'Austria fino al termine della prima guerra mondiale. Durante la prima guerra mondiale il Friuli, che all'epoca si trovava diviso tra Regno d'Italia e Austria-Ungheria (Provincia di Udine per il Regno d'Italia; gran parte della Contea di Gorizia e Gradisca per l'Impero d'Austria-Ungheria), fu teatro delle operazioni belliche, che ebbero conseguenze gravose per la popolazione civile, in particolare nel periodo della battaglia di Caporetto.

Durante il periodo del fascismo il Friuli dovette subire un processo di assimilazione culturale, di cui furono vittime soprattutto la popolazione slovena e quella tedesca. Forte fu anche la pressione sulla comunità friulana, che il fascismo tentò di usare in funzione anti-slava. L'assimilazione comportava anche la proibizione dell'uso delle lingue slovena, tedesca, nonché l'italianizzazione forzata di cognomi e nomi sloveni, tedeschi e friulani.

La Zona d'operazioni del Litorale adriatico

A partire dal mese di giugno del 1940 il Friuli fu coinvolto, come il resto d'Italia, nella seconda guerra mondiale, e dopo l'armistizio di Cassibile fu inserito nella Zona d'operazioni del Litorale adriatico (Operationszone Adriatisches Küstenland), alle dirette dipendenze del Gauleiter di Carinzia Friedrich Rainer. Durante l’occupazione nazista si sviluppò un movimento di resistenza, che nell’agosto 1944 diede vita alla Repubblica partigiana della Carnia soffocata nel sangue già nell'ottobre dello stesso anno in seguito ad una feroce controffensiva nazifascista.[45]

Al termine della seconda guerra mondiale si propose il problema della definizione dei confini tra la Jugoslavia e l'Italia, che riguardava anche la fascia orientale del Friuli, da Tarvisio a Monfalcone.

Nel 1947, dieci mesi dopo la firma del Trattato di pace di Parigi, nella Costituzione italiana fu prevista la creazione della regione Friuli-Venezia Giulia, a statuto speciale. Tale scelta creò delle fortissime frizioni all'interno della stessa opinione pubblica friulana, che compresero pure un attentato dinamitardo contro il deputato friulano Tiziano Tessitori, che aveva proposto l'autonomia regionale del Friuli-Venezia Giulia, tanto che l'Assemblea costituente votò in seguito la X disposizione transitoria della Costituzione, che sospese l'autonomia regionale ferma restando la tutela delle minoranze linguistiche. La regione a Statuto speciale Friuli-Venezia Giulia fu elencata nel 1947 nella Costituzione negli articoli 116 (elenco regioni a statuto speciale) e 131 (elenco di tutte regioni italiane sia ordinarie che speciali) e mai cancellata dai precisati articoli; nel 1947 fu sospesa momentaneamente solo la sua attuazione che avverrà anni dopo con l'approvazione da parte del Parlamento italiano dello Statuto di autonomia speciale. La sospensione che inizialmente era prevista breve, poi si prolungò per ben 15 anni, fino al 1962, danneggiando pesantemente il Friuli sotto il profilo economico. Quattro furono successivamente nel 1962 (III legislatura) le proposte di Statuto speciale presentate in Parlamento di cui una (proposta Tessitori[46]) prevedeva Udine capoluogo regionale e la creazione di una autonomia speciale per Trieste (all'interno della regione stessa); la proposta del senatore Tiziano Tessitori non fu accettata e Tessitori uscì dall'aula del Senato al momento delle votazioni finali e non votò la proposta di Statuto in votazione.[47]